SE FOSSIMO NOI…………….


SE FOSSIMO NOI…………….

Ci sono donne e uomini del Partito sardo d’Azione decisi a salvare il sardismo dal naufragio in cui è stato fatalmente coinvolto il partito. Sulle scogliere del leghismo e di Salvini. Non a salvare l’incerta e pretestuosa strategia dell’ultimo periodo di un partito, ma la principale espressione ideale e morale dei Sardi degli ultimi duecento anni. A salvare, quindi, l’enorme patrimonio di cultura, le esperienze di lotta in tutti i campi, la capacità di dedizione e di sacrificio dei sardisti, da Giovanni Maria Angioy, primo fondatore del sardismo moderno, fino a Emilio Lussu. In altre parole, a salvare i valori universali che hanno sostenuto l’aspirazione insopprimibile dei sardi ad una società di uomini giusti, saggi e coraggiosi. Di uomini liberi, e capaci di decidere il proprio destino individuale e quello della società, e quindi, in grado di assumere direttamente le responsabilità dell’autogoverno e dell’AUTODETERMINATZIONE senza l’impiccio di Re, Autocrati e altri Minchioni.

Il naufragio, dentro il naufragio, del Partito sardo d’azione non è l’unico, e neppure il più importante a tormentare l’esistenza dei sardi. Esso coincide e partecipa della furiosa crisi che sta sconvolgendo ogni angolo della terra. L’attività di rapina a cui è stata attribuita la definizione di economia, appare sempre più come una immane e micidiale truffa a cui è difficile scampare. La politica è oramai un terreno impraticabile per chi nutre sentimenti di cittadinanza e rifiuta la sudditanza clientelare. A dispetto delle differenze, si ripresenta come è stata in tutti i secoli: il pascolo recintato, abusivo e preclusivo di pochi notabili. Le istituzioni, di vari livello e natura, attraverso le quali passa una parte della politica, hanno la funzione di legittimare le caste, ammantando le loro decisioni con falsi ornamenti democratici. Una concatenazione di fattacci indimenticabili ci ha condotto, nel corso di meno di due secoli, all’attuale catastrofe sociale della Sardegna. Dal tentativo di estirpare la lingua e la cultura dei sardi, alla scomunica dell’ultima cultura del dissenso, alla privatizzazione delle terre comunitarie, la consegna del nostro ricco patrimonio minerario al capitalismo europeo, l’impiego coloniale della Brigata Sassari, la concessione discussa e discutibile dello Statuto di Autonomia Regionale, ed infine l’immensa truffa dell’industrializzazione accettata, e persino implorata, dalla classe dirigente sarda, per quanto fossero chiari sin dall’inizio l’intento politico e l’impianto economico totalmente sballato. La catastrofe sociale, è evidente soprattutto in ambito lavorativo, e si materializza come sradicamento e rimozione dei sardi dai loro ambienti noti e tradizionali. Spostamento di popolazione dall’interno montagnino verso le coste e soprattutto rimozione sei – settecentomila sardi verso le terre del continente. Rimozione che non è ancora finita se 7000 giovani sardi ogni anno lasciano l’isola. La rimozione oltre che dilaniante fatto fisico, è stata rottura dei sentimenti, a partire da quelli familiari, e perdita degli antichi rapporti economici di produzione, che pur precari, reggevano l’equilibrio sociale, con conseguente dissipazione di saperi, mestieri, arti, creatività, passioni e vocazioni.

E’ accaduto l’incredibile! Che un popolo arranca faticosamente ed è…. oggi senza lavoro. Oggi i giovani sardi non possono lavorare neppure per pagarsi pane e bollette. Il lavoro se ci sarà, non potrà che essere precario, saltuario, flessibile dipendente dalla benevolenza pubblica privata, e perciò ricompensato con poco più che un’elemosina. Anche la cosiddetta Regione Autonoma della Sardegna, che sarebbe dovuta realizzarsi come potere autonomo in confronto permanente con lo stato italiano, e come agente di un generale sviluppo economico- sociale, pensato progettato e attuato secondo le propensioni dei sardi, si è invece realizzata come agenzia di affari al servizio, del cannibalismo finanziario. Strangolata dalle politiche di sviluppo, asfissiata dal tanfo autoritario dello Stato, qualunque sia la sua fisionomia partitica, rosicchiata da instancabili parassiti bulimici. La Regione Autonoma della Sardegna è oggi un soggetto politicamente e culturalmente istinto. Anonimo. Fantasma sbrindellato e bighellonante.

E allora?

Se fossimo Noi, la gente di Sardegna, a dichiarare fallita e pericolosa l’economia della truffa?

E se fossimo noi Sardi a decidere di non voler vivere in un atollo geneticamente modificato, castrato e devitalizzato delle sue pulsioni morali e culturali?

Se fossimo Noi…. allora, dovremmo lavorare per vivere in una società fatta a nostro genio e non in una trappola per ammassare soldi e profitti a favore dei malfattori.

E se fossimo Noi….a lavorare per diventare ogni giorno sempre più uomini in una società prospera e giusta.

Se fossimo Noi di Autodeterminatzione insieme ai tanti militanti sardisti che oggi vivono un momento di sconforto ad iniziare questo percorso di liberazione nazionale.

Tutti quanti ci troviamo nella necessità di una riflessione sul nostro destino di uomini e di Sardi. Ma dove andremmo? Andremo verso una società più giusta e accogliente o verso una società più miserabile e squallida di quella che attualmente ci sta consumando? Sceglieremo la strada, verso l’altipiano impervia ma ariosa, oppure ci lasceremo scivolare al mattatoio come pecore? La scelta, non potendo essere suggerita da alcuna Autorità, né divina, né umana, è affidata interamente alle nostre capacità di riflessione individuale e collettiva. Che non sono molte, a dire il vero, e per di più sminuite dal monopolio televisivo, da pregiudizi e superstizioni covati nell’intera società e propalati dall’élite politiche ed economiche.

Perciò per Noi di Autodeterminatzione e per i militanti del psd’az, quelli che non aderirono a Rossomori per non lasciare il proprio simbolo, e che in queste prossime elezioni non troveranno nella lista elettorale, il compito di incominciare a costruire insieme il nuovo progetto di sviluppo ed anche una nuova classe dirigente.

Perciò, è necessario cogliere tutte le occasioni e moltiplicarle all’infinito, per avviare questa discussione nelle case, nelle piazze, nei vicoli, nei circoli, nei bar, nelle bettole. E particolarmente, nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nelle università. Perché sono i giovani i più interessati a questa rivoluzione maseda, interessati alla riflessione ed alla discussione.

Un successo alle elezioni politiche di Autodeterminatzione indicherebbe che la conquista di una Sardegna migliore e giusta è davvero ancora possibile. Facciamo in modo che il Sardismo che vince nelle Nazioni senza Stato dell’Europa vinca finalmente anche in Sardegna.

Paolo Mureddu


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