“Città-Campagna” e Feltrinelli.


Questa relazione, che direi datata, è la testimonianza e ricostruzione storica di un determinato periodo. E' la storia dei circoli culturali del centro Sardegna e dei paesi della Barbagia. Il 14 marzo 1972 moriva G. Feltrinelli che era stato dei circoli l'editore dei libretti rossi. Con al sua morte si chiuse la collaborazione tra La Libreria Feltrinelli ed il Circolo Città- Campagna. Questa nota vuole essere un ricordo doveroso alla persona ed al suo impegno anti-colonialista di allora.

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Prima di iniziare questa conversazione, mi preme ringraziare gli amici che mi permettono di essere qui a Pisa in questa auditorium dell'Università statale per ri-costruire la storia di “Città-Campagna” movimento anti-colonialista nato negli ultimi anni sessanta per opera di studenti, pastori,

CIRCOLO “Città-Campagna” e Feltrinelli.

Il contesto in cui operava il Circolo era quello del territorio nuorese specificatamente delle barbagie. Il periodo politico era quello della commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dal sen. Medici. Inchiesta voluta dal Governo italiano per indagare sulle cause del malessere sociale e del banditismo.

Quella commissione passò leggera (per dirla alla Sergio Atzeni) sulle vere cause del disagio e del malessere di quelle popolazioni. In quel contesto si formarono i primi circoli culturali giovanili nei paesi barbaricini.

I circoli culturali iniziano a formarsi alla meta degli anni sessanta in diversi paesi della Sardegna centrale: Gavoi, Orgosolo, Baunei, Ovodda, Olzai, Sarule, Orune ed in una seconda fase a Cagliari, Sassari, Nuoro, Macomer, Illorai, Jerzu, Gergei, Norbello, Sant’Andrea Frius, San Nicolo Gerrei, San Vero Milis, Sorradile, Tertenia, Tula ed altri.

Il primo obbiettivo dei Circoli fu la battaglia per l’istruzione: avere la scuola superiore in paese. Il diritto allo studio per tutti. Il diritto all’occupazione. Il blocco dell’immigrazione verso i paesi del nord.

Da quelle battaglie i Circoli presero slancio con la consapevolezza di essere noi i promotori del modello di sviluppo per il progresso sociale delle zone interne e dell’isola. Ed essere attori principali del nostro benessere economico.

Il passaggio dal movimento culturale al movimento anticolonialista fu la giusta conseguenza delle contaminazioni e delle problematiche di sottosviluppo internazionali, ma anche per l’insegnamento che ci proveniva dall’esterno.

Sicuramente uno di questi fu F. Fanon con il libro I dannati della terra.

La lettura del testo “I dannati della terra” di F. Fanon è stato fondamentale per la compressione interna e comportamentale del soggetto proletariato colonizzato e dei rapporti tra coloni e colonizzatori.

“I colonizzati che devono portare il peso politico della lotta fino alla fine contro i colonizzatori si configurano come i nuovi schiavi dei coloni; ma un sistema coloniale di sfruttamento ha bisogno di un retroterra di infrastrutture coloniali e cosi crea grandi città e tessuti sociali coloniali.

Crea un popolo colonizzato.

È questo popolo si contrappone in unica tensione egualitaria e libertaria al colono diventato male assoluto.

Tra “forze di liberazione” e popolo colonizzato si instaura una quasi totale identità politica e in molti casi anche identità militare.”

Il fulcro e l’innesco di un tale sollevamento di liberazione autoctona e di autodeterminazione nazionale è rappresentato, per Fanon, dalla lotta di liberazione nazionale che diventa più delle volte anche violenta.

La violenza del colonizzato, che unifica il popolo. La violenza diviene dunque nella teorizzazione di Fanon, la discriminante e il cemento dello scontro di classe. In essa si amalgamano le componenti popolari, da essa nasce e si sviluppa il messaggio della decolonizzazione nazionale.

Essa ha anche la capacità di spezzare il regionalismo, ma anche di elevare l’individuo dalla condizione di colono al rango di soggetto storico artefice del proprio destino. Il destino di questi popoli si compie solo nell’attimo in cui scocca l’ora della rivoluzione, cioè della rinascita storica.

Questi erano i principi e i valori che portarono alla trasformazione dei Circoli da culturali a circoli anticolonialisti.

Sono gli anni degli incontri con il MIRSA di Antonio Simon Mossa. Incontri tenuti sempre in Barbagia (due a San Basilio di Ollolai, uno a San Leonardo ed uno ad Olzai).

Da quei confronti derivò un nuovo modo di analizzare la situazione sociale ed economica isolana e da lì la constatazione che la Sardegna era una colonia.

Il circolo Città-Campagna nasce a Cagliari a seguito della trasformazione dei circoli culturali barbaricini. Molti di noi trasferitesi nel capoluogo per frequentare l’Università continuarono con l’impegno politico all’interno del circolo.

Le tesi propugnate dal circolo “Città-Campagna”, nato come ho detto su iniziativa dei circoli culturali barbaricini, furono sostenute fortemente da due intellettuali, Antonello Satta , barbaricino di Gavoi – “campagna” ed Eliseo Spiga cagliaritano – “Città”, che teorizzavano una possibile saldatura tra l’antagonismo antistatuale delle zone interne e le aspirazioni “rivoluzionarie” degli studenti e degli intellettuali metropolitani con l’adesione del proletariato-urbano e subalterno delle grandi città sarde e meridionali.

Il fatto sorprendente è che fino a quegli anni non si era mai definita la Sardegna come una colonia interna allo Stato Italiano.

Furono di quel periodo, a metà degli anni ‘60, che le popolazioni del centro - Sardegna furono coinvolte in dibattiti e discussioni per la determinazione del proprio progetto di sviluppo, del tipo di industrializzazione (Polo Chimico di Ottana Si!/No!) del Parco del Gennargentu proposto dalla General Piani (si!/no!) o della localizzazione della base militare a Pratobello.

Furono giorni vissuti intensamente, fatti di assemblee popolari e di mobilitazione, ma anche di vera lotta popolare, data la totale ostilità per l’ubicazione nelle campagne di Pratobello di una base militare dell’esercito italiano. Base che aveva solo la funzione di controllo del territorio, mansione tutta di tipo coloniale.

Era la prima volta che una popolazione si opponeva con forza ad una scelta di tipo coloniale perpetrata dallo stato italiano.

C’era l’eco del Sessantotto, della rivolta antimilitarista di Pratobello a Orgosolo, quando Giangiacomo Feltrinelli sbarcò in Sardegna per fare nuovi adepti alla sua causa rivoluzionaria.

Il Circolo era “l’accompagnatore” dell’editore milanese oltreché un importante punto di riferimento, che pubblicò per il circolo diversi libretti oggi introvabili, e venduti a prezzo politico:”Rivolta contro la colonizzazione” di Giuliano Cabitza (alias Eliseo Spiga); sulla protesta di Orgosolo culminata con l’occupazione del Comune “Orgosolo novembre 1968. Quattro giorni di sciopero e di assemblee popolari.” trasformato in Casa del popolo; Sardegna oggi: No! Al Parco del Gennargentu No! Al piano regionale della Pastorizia.

Sul rapporto del Circolo con Feltrinelli, oramai si è scritto e detto tutto. È stata sempre nostra convinzione che la sua persona sarebbe stata più utile al movimento anticolonialista se fosse rimasta visibile, seduto in piazza Duomo a Milano, invece di entrare in clandestinità come fece. La sua morte, ma soprattutto il modo in cui morì fu la conseguenza di quella scelta sciagurata.

Con la sua morte si chiuse ogni tipo di collaborazione con la sua casa editrice: la libreria Feltrinelli.

Quella esperienza ci segnò tutti.

La Casa dello Studente fu per noi un laboratorio e spazio politico meraviglioso. Che occupammo totalmente dopo discussioni e qualche scontro con gli altri movimenti presenti nel mondo universitario e giovanile, (Manifesto, Lotta Continua, Potere Operaio, Lega dei Comunisti, Unione dei Comunisti, Avanguardia Operaia e Movimento Studentesco)

La nostra attenzione era sempre verso la Sardegna ed il popolo sardo. Non c’era spazio per parlare d’altro.

Fu di quel periodo la pubblicazione di quello che si può definire il Manifesto politico: Per una università contadina.

Identità, sardità, lingua sarda, nazionalità ed indipendenza erano le nostre parole d’ordine.

Indipendenza: atto, conseguente al riconoscersi colonia, era la lotta nazionale di liberazione. Le tesi di quel documento divennero i fondamenti della nostra azione politica.

Fondamenti che ci portarono ad espandere i nostri rapporti verso gli altri movimenti di liberazione nazionale presenti in Europa.

Ed è in quel periodo che nascono i rapporti politici con il circolo Gaetano Salvemini di Vibo-Valentia e con l’associazione TERRA E LIBERAZIONE che pubblicava i Quaderni dell’indipendenza a Ramacca, con il Fronte Regionalista Corso di Simeoni, di cui pubblicammo un libro-manifesto, dal titolo: “Mani basse su un’isola” con l’Edizioni Nazionali Sarde – Scritti sulla dipendenza, e con il Centro “Internacional Escarre’ sobre les minories etniques i nacional”, e la cooperativa Nuova Terra di Reggio Emilia

A Nicastro, il 31 ottobre e il 1 novembre del 1971, a conclusione del convegno dal titolo “Unità d’Italia nascita di una colonia” fu fondato IL MOVIMENTO DEI CONTADINI E DEI PROLETARI DEL MEZZOGIORNO E DELLE ISOLE. Erano presenti compagni calabresi, lucani, siciliani e naturalmente sardi, provenienti da varie paesi del centro e del nord, del gruppo di Lavello guidato da don Marco Bisceglie e la casa editrice Jaca Book di Milano

Il Movimento scaturì da esperienze politico-culturali diverse, attraverso le quali maturò la comune consapevolezza delle inderogabili necessità che il proletariato meridionale, in particolare i contadini e gli emigranti, esprimessero un loro strumento di liberazione dalla condizione coloniale interna ed esterna e per la costruzione di nuove strutture indipendenti.

In quello stesso periodo a Nuoro si organizzò un importante dibattito dal tema “COLONIALISMO ED EMIGRAZIONE”

Esso ha rappresentato il primo serio tentativo di affrontare la questione dell’esodo di 400.000 sardi dalla loro terra. La partecipazione al Convegno di centinaia di emigrati diede ai lavori una tensione altissima. I temi fondamentali discussi: come bloccare l’ulteriore espropriazione della forza lavoro sarda; come avviare una tendenza che renda possibile il ritorno nell’isola del maggior numero di emigrati; come organizzare la presenza degli emigrati nella lotta politica isolana.

A seguire, a Cagliari, nella sala Convegni della Fiera si svolse un convegno: La posizione del Mezzogiorno e delle Isole nel quadro delle strutture imperialistiche internazionali di grande rilevanza internazionale, per gli ospiti presenti.

Ed è in quella occasione che Jaffe Hossea’, economista etiope, definì la condizione della Sardegna, come quella di una colonia interna perché la Sardegna è dentro i confini giuridico-territoriali dell’imperialismo europeo e sarebbe inesatto parlarne in tutto e per tutto come di una colonia tipo quelle ex colonie del continente africano. Vi riporto un pezzo del documento finale del convegno proposto dal Circolo- Città-Campagna.

” La Sardegna dunque è si una colonia della metropoli italiana ed euro –occidentale, ma una colonia interna. Vedete la necessità di una definizione non è solo questione di chiarezza formale. La definizione, oggi poco in uso, infatti comporta conseguenze fondamentali e immediate sul piano politico. Significa, per esempio, che il popolo sardo ha possibilità di alleanza non solo con il vicino nord-Africa, ma con i bretoni, i baschi, i catalani, i corsi, gli irlandesi e cosi via. A tutt’oggi persistono nuovi metodi di sfruttamento coloniale. Tutte le attività economiche di qualche rilievo, industriali, commerciali, turistiche e almeno in parte agricole, tutte le risorse umane, finanziarie, intellettuali, appartenenti al popolo sardo sono state diciamo cosi “internazionalizzate” a favore di milanesi, piemontesi, toscani, francesi, belgi, svizzeri, tedeschi, americani e giapponesi e non ultimi anche russi. Nuovi metodi di sfruttamento coloniale più efficienti, più razionali e magari più tecnologicamente avanzati si sono aggiunti a quelli vecchi e già collaudati. E questi, perciò persistono come pilastri indistruttibili dell’edificio coloniale.

Si dirà che tutto ciò è vecchio e risaputo. Com’è vero però che tutti i giorni c’è chi l’America la vuole riscoprire e pensa e si muove come non sapesse che la Sardegna è un affluente del Po.

Tutto quello che in Sardegna si vende o si compra, si produce o si consuma, i boschi, i campi le coste tutto rifluisce inesorabilmente verso il Po.

Ad ingrassare la Padania.

Restano da noi la carenza di scuole, di ospedali, di abitazioni, la disoccupazione e sottoccupazione, la miseria vera di interi strati sociali.

Mai come oggi, dunque, la realtà colonizzata si presenta in un quadro cosi fortemente tinteggiato e impressionante.

Eppure, non è ancora tutto!

È noto che i sardi sono oltre che peccatori anche sediziosi. Perciò nei loro confronti la repressione è sempre in atto, sempre pronta a scatenarsi nelle forme più massicce e vigorose. Proprio perché ogni lotta popolare in Sardegna è sempre sul filo di diventare sedizione e rivolta contro lo Stato, la vigilanza è particolarmente occhiuta e la mano straordinariamente pesante. La Sardegna, o meglio, le Barbagie sono state sempre “provincie amministrate in armi”. Sono fatti ordinari, che quasi non fanno notizia, l’ammonimento del maresciallo, il domicilio coatto, gli arresti arbitrari, l’impiego di truppe speciali, l’assedio, il rastrellamento e le perquisizioni di interi paesi.

Può succedere che Orune od Orgosolo siano circondati all’alba da centinaia di militari in assetto di guerra. Non si entra e non si esce. Tutte le case perquisite, tutti gli abitanti interrogati. Delinquenza? banditismo?

Ma quale comandi di polizia si sognerebbe di cingere d’assedio Milano, dove grazie a Dio, la delinquenza sia comune che politica, non scarseggia?

Certo Milano è un’altra cosa. Ed infatti Milano è la metropoli, Orune od Orgosolo è la colonia.

La resistenza culturale all’invasione imperialistica ha in Sardegna una base che è difficile trovare in qualsiasi altra parte del Mezzogiorno. Tale resistenza si appoggia su un sentimento dell’identità, che non è vago e mitico ma pregnante di determinazioni concrete. Essa è il territorio, l’uomo, la lingua dei sardi, nella loro storia e nei loro problemi attuali, l’insieme delle condizioni naturali d’esistenza, la sintesi degli elementi storici e dinamici. Identità è anche quello che la società sarda potrebbe essere e non è, i suoi quattrocentomila emigranti, la violenza culturale e l’acculturazione, le servitù militari, la mancanza di imprenditorialità contadina, la burocrazia regionale.

Su questa base l’identità ritrova la sua dimensione politica, diventa giudizio sullo Stato e sulla Regione, si pone come esigenza di strutture organizzative di massa che recepiscano il bisogno di potere, di autodeterminazione delle masse popolari sarde. Sottrarre allo stato quote sempre maggiori di sovranità.

Oggi possiamo scoprire che il problema dell’identità e della nazionalità dei Sardi esiste al di là dei saggi di Lenin sulla questione nazionale. Non siamo, noi sardi, né alti né biondi, né migliori di altri popoli. Abbiamo l’ambizione di essere noi stessi. Nella ricerca e nella costruzione di questa identità i rapporti più intensi vanno ricercati con quelle culture che soffrono i nostri stessi problemi, che ricercano giorno per giorno spazi di sovranità. Ogni movimento ha il dovere, non soltanto il diritto di intrattenere rapporti con le altre culture, e di intrattenerli senza mediazioni. Sono del parere che in Sardegna non possano esistere gruppi politici che non si diano un ufficio esteri.

Ai tempi del Circolo, ci accusavano di isolazionismo, forse i servizi di controspionaggio si mostravano culturalmente più aggiornati quando sospettavano di nostri rapporti con gruppi e persone d’altri paesi.

In conclusione, per un nuovo futuro, bisognerà giungere alle rivolte delle zone interne, al processo che trova il suo culmine in quel particolare ’68 barbaricino di cui si è spesso parlato a proposito e sproposito, ma sul quale non si è ancora condotta un’indagine approfondita. In realtà nel ‘ 68 barbaricino confluivano diverse posizioni ed emozioni. I giovani intellettuali che ne erano i maggiori protagonisti avevano il pregio e il difetto di essere giovani. In essi alle suggestioni “guevariste” si sommavano altre suggestioni da “maggio francese” ed anche un regionalismo libertario con posizioni indipendentiste.

Nella razionalizzazione di queste suggestioni ed emozioni venuta dopo i fatti di Pratobello, sull’onda di un riflusso della lotta, per il distacco dei giovani leader dalla cultura popolare dovuto al prevalere di schemi operaisti, l’indipendentismo libertario ebbe la peggio. Ma è da qui, dalla contestazione barbaricina, che cominciarono le più coerenti elaborazioni sulla identità dei sardi e su una nuova autonomia/indipendenza.

Senza complessi di inferiorità possiamo affermare di essere una delle tante voci del dibattito sull’indipendenza della Sardegna. Non abbiamo lezioni da impartire, né verità rivelate da mostrare. Il nostro terreno è quello con le radici in Sardegna, perché questa è la nostra terra, il mondo che ci ha cresciuti, nel bene e nel male, il mondo nel quale sempre ritroviamo il gusto di vivere e di operare.

Paolo Mureddu


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