IL FUTURO.


Noi, io per primo, siamo in forte ritardo nel capire l’evoluzione della realtà sociale in Sardegna. Questa terra stenta a trovare una nuova via di sviluppo, a costruire un nuovo progetto autonomistico o di autodeterminatzione, ed in questa situazione ha difficoltà a trovare la via del rinnovamento, dell’innovazione e della modernità. Cosa è che impedisce ai “sardismi “di mettersi decisamente alla testa del processo di sviluppo che dovrebbe combattere disoccupazione, marginalità economica e subalternità culturale della nostra isola? Come si fa a parlare di più alla gente nell’ottica di una moderna politica di sinistra e progressista; come ci si impegna per il cambiamento della società, per il superamento delle diseguaglianze, per l’affrancamento dei deboli dai bisogni primari, per il riscatto e l’identità della Sardegna? Anche perché il ritardo economico e sociale della nostra isola è infatti la prima grande diseguaglianza di cui occuparsi. Il primo dei mali che è ragione e causa di tutti glia altri. Cosa si fa? E soprattutto come si fa?

Credo che il nostro progetto “soberania est indipendentzia” viva pienamente queste difficolta ed appare in ritardo nel capire l’evoluzione di questi ultimi anni della realtà sociale in Sardegna.

Non servono aggiustamenti o semplici misure organizzative. Serve la consapevolezza di tutti della necessità di costruire un “progetto politico nuovo”. Servono strumenti adeguati a ciò che si vuol fare, ovvero una progettualità ricca di contenuti e di proposte operative da portare come soluzione dei problemi. Ci dobbiamo fermare alla sola proposta “istituzionale” dell’autodeterminatzione cosi come l’abbiamo vissuta in questi ultimi mesi tenendola in un recinto ristretto o siamo in condizioni di proporre questa opzione “dell’autodeterminatzione” a tutte le forze sardiste ed autonomiste di Sardegna. Dico questo perché la questione dell’identità e del federalismo non venga egemonizzata dalle forze centriste che la vogliono utilizzare per imporre un programma politico immobilistico. Bisogna evitare che dietro lo sventolio dei quattro mori si nasconda il vecchio della politica sarda. È vitale promuovere orizzonti più larghi. È vitale allargare la partecipazione al progetto delle associazioni democratiche, ed è indispensabile l’adesione di altre forze politiche organizzate. Almeno che gli obiettivi debbano restare piccoli ed insignificanti. Bisogna discutere per arrivare tutti insieme alla scelta migliore.

Gestire l’europeizzazione della Sardegna significa aver ben chiaro il destino verso il quale indirizzare questo popolo e non limitarsi a un adattamento tecnocratico di quote, misure, azioni e investimenti. L’integrazione è un processo al quale bisogna adeguarsi senza perdere identità e potere locale. Ciò su cui bisognerebbe riflettere è la nuova visione per un camino di “autodeterminatzione” delle nostre comunità. Un progetto nazionalitario che può recuperare alla vita politica interi strati della popolazione oramai disagiati, riequilibrare il rapporto zone interne – aree urbane, la città e la campagna, riacquistare l’autorevolezza nelle sedi di comando della politica: in una parola GOVERNARE il presente per un futuro diverso. Senza la soluzione del federalismo interno non si va da nessuna parte. Autodeterminatzione è anche un concetto di ridefinizione delle quote di sovranità. Il nuovo progetto di autodeterminatzione nascerà solo dalla certezza della nostra solitudine futura, dal nostro isolamento economico, dal nostro ritardo strutturale. Esso giungerà a maturazione quando avremmo tutti realizzato che il destino dell’isola è nelle nostre mani.

Per questo non servono aggiustamenti o semplici misure organizzative. Va affermato che non saranno gli eventi organizzativi, a esaurire questo discorso per non correre il rischio di trasformarli in recinti troppo angusti.

Paolo Mureddu


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